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Vegliare su di lei, di Jean-Baptiste Andrea

 

Vegliare su di lei, di Jean-Baptiste Andrea

A te che non sei nata, che non sai ancora cosa vuol dire essere ferita
Cadere dalle nuvole e rialzarti
Quando ti chiederanno di arrenderti, di stenderti, di sdraiarti
Quando vorranno metterti a tacere, ammansirti, disarmarti
Io sono una donna in piedi come tante altre prima di noi
Io sono una donna in piedi, e lo sarai anche tu

Jean-Baptiste Andrea, ma com’è che ti conosco solo ora? Com’è che non ho letto tutto quello che hai scritto, foss’anche la lista della spesa – che sono certa scriveresti da Dio? Com’è che Vegliare su di lei è il primo libro tuo che leggo e sono già perdutamente, letteralmente, letterariamente innamorata di te? Ora che ti ho conosciuto, stilo un elenco dei tuoi libri e saranno tutti miei. Ebbene sì, è una dichiarazione d’amore con tutti i crismi, perché ogni volta che incontro una scrittura così per me è come innamorarmi per la prima volta. Ed è bellissimo. Quando poi un romanzo del genere “arriva” in un periodo particolarmente faticoso e frustrante... ecco che proprio parliamo di adorazione. 

E anche il libro parla in qualche modo di adorazione. Quella che Mimo – al secolo Michelangelo Vitaliani – scultore di strabiliante talento, prova nei confronti di Viola Orsini, rampolla nobile, coltissima, intelligentissima, visionaria, disubbidiente, dotata di memoria prodigiosa e completamente fuori dagli schemi. Si sdraia sulle tombe dei morti per ascoltarne le voci, per dirne una. E viceversa? Anche Viola prova lo stesso? Sì, anche se per una serie di casi della vita – più o meno volontari – le scelte di lei saranno spesso in antitesi ai suoi desideri. 

Non c’è violenza peggiore dell’abitudine. Quell’abitudine che fa sì che una donna come me, intelligente, perché credo di esserlo, non può essere padrona di sé stessa. A forza di sentirmelo dire ho finito per credere che gli altri sapessero qualcosa che io non sapevo, che avessero un segreto. L’unico segreto è che non sanno un bel niente. Questo è ciò che i miei fratelli, i Gambale e tutti gli altri cercano di proteggere.

Ma quella tra Mimo e Viola è una storia d’amore vero, anche se vissuta sulle strade dell’amicizia, mai carnale, ma più profonda di qualsiasi matrimonio, fidanzamento, relazione. Un amore che porta alla creazione del simulacro, la Pietà Vitaliani, che viene nascosta agli occhi del mondo perché troppo pericolosa per le anime pure, che si perdono nell’estasi solo a vederla. Come penso si intuisca, dunque, una storia particolare, molto intensa, piena di cose, di sentimenti, di Storia. Siamo infatti nel primo Dopoguerra quando una pagina di sangue era stata scritta e una era ancora bianca ma pronta ad accogliere parole di orrore e di fascismo e di violenza. Il piano reale e quello inventato coesistono, tanto che sono andata a controllare se Michelangelo Vitaliani è vissuto o no. No, non lo è, come non esiste Pietra d’Alba, il paese dove si svolge la vicenda, ubicato fantasiosamente in Liguria (Andrea ha origini italiane). Ma nomi e luoghi hanno nomi evocativi di personaggi storici esistiti, anche se in epoche o zone diverse: per esempio, Villa Orsini esiste, ma è vicino ad Avellino; Francesco Orsini è stato davvero un potente religioso, ma nel Settecento, e la sua famiglia ha davvero contatti nelle alte sfere pontificie a tutt’oggi, ma è romana; il nome Michelangelo non ha bisogno di commenti. E poi c’è quell’apparizione di Lázló Tóth – in riferimento allo sfregio della Pietà vaticana – che tanto fa parlare oggi dopo l’uscita del film The Brutalist. Altri fatti sono completamente inventati, come eventi naturali e commissioni artistiche per monumenti mai esistiti. Ma tutta la parte storica – dalla nascita del fascismo alla nomina di papa Pacelli per esempio – è fedele ai fatti. 

Non capiscono che un domani voleremo come andiamo a cavallo. Che le donne porteranno i baffi e gli uomini gioielli. Il mondo dei miei genitori è morto. Tu che hai paura dei morti viventi, è di quel mondo che dovresti avere paura. È morto e si muove ancora, perché nessuno gli ha detto che è morto. Ecco perché è un mondo pericoloso. Sta crollando su sé stesso.

La trama gira tutta intorno alla vita di Mimo, tanto dotato di talento quanto poco di statura, “abbandonato” dalla madre a “un finto zio”, Alberto, scultore invidioso dell’abilità di Mimo, ma che senza volerlo gli insegna il mestiere. Con lui i gemelli Comma ed Emanuele, sempliciotto ma buono come il pane il primo, handicappato dalla nascita il secondo. Un giorno Mimo incontra Viola, eccentrica principessina Orsini, e se ne innamora immediatamente. E lei pure. Ma è un amore impossibile, ovviamente. Ricca e destinata a grandi cose lei, nonostante la sua enorme intelligenza – cosa che poco aiutava in quei tempi, e forse non solo in quelli – e originalità, un povero garzone di atelier lui, con davanti un futuro da scalpellino squattrinato e probabilmente solo vista la sua condizione fisica. 

Non dirò altro di quegli anni perché tutte le prigioni si assomigliano. E così pure i loro prigionieri, colpevoli dello stesso reato: aver creduto in un mondo che non esisteva e imbestialirsi dopo essersene resi conto.

È un personaggio duro Mimo, che disegna in prima persona sé stesso come talentuosissimo ma rissoso, con una spiccata tendenza all’ubriachezza e alla molestia violenta, dissoluto, polemico, rissoso, ma capace di grandi slanci di bellezza. Sicuramente un “rompitore di schemi”, anche nella sua arte; soprattutto nella sua arte. Tra colpi di fortuna e di coraggio e riconoscimenti legittimi Mimo diventa un grande artista, proprio con l’aiuto della famiglia Orsini, che lo accoglie come un figlio e contemporaneamente come un complice. Ma tutto si fa per Viola. Perché Viola è diversa, Viola è un angelo caduto e spezzato. Viola è la sua salvezza, è le sue gambe, è la sua ispirazione... E il cuore di Viola, se non il corpo, sarà sempre a lui e solo a lui fedele, fino alla fine...

L’Italia è quella del fascismo e delle leggi razziali, dei rapporti conflittuali Stato/Chiesa, della guerra e della Liberazione, delle grandi commissioni artistiche e dei terremoti catastrofici. Il finale è crudele, perfetto, inaspettato e favoloso... 

Andrea, lo ripeto, scrive da Dio. I personaggi sono cesellati, dettagliati e levigati come un panneggio marmoreo di Michelangelo, ruvidi come la pietra grezza e sfaccettati come un prisma di cristallo. Il romanzo è potentissimo, le pagine di Firenze quasi sgradevoli, quelle di Roma maestose e quelle di Pietra d’Alba a tratti fiabesche. È un romanzo fatto di fughe e ritorni, di salite altissime e rovinose cadute, di intrighi di salotto e grandi eventi epocali, di meschini figuri e personalità eccellenti. E su tutto l’amore. Non quello convenzionale, passionale, totalizzante: quello vero. Quello che dura tutta la vita. Che fa fare follie ma anche quieti balli lenti nelle notti stellate. Quello della fiducia e dell’abbandono. Quello che è più amicizia che amore, ma che dura per sempre. E il finale, quel segreto... il finale è di quelli che resta scolpito in testa, come le statue non finite e immense di Mimo...

È un romanzo immenso, che ricorderò a lungo. Non ho bisogno di aggiungere: corrette a leggerlo. Subito. 

Ascoltami bene. Scolpire è molto semplice. Si tratta di togliere gli strati di storia, di aneddoti, quelli inutili, fino ad arrivare alla storia che ci riguarda tutti, me, te, questa città e l’intero Paese, la storia che non si può ridurre ulteriormente senza menomarla. Ed è allora che bisogna fermarsi. Capisci?

Vegliare su di lei, di Jean-Baptiste Andrea, La nave di Teseo, 2024 (2023), 467 pagine. Traduzione di Simona Mambrini. Premio Goncourt 2023.

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