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La torre d’avorio, di Paola Barbato

La torre d'avorio, di Paola Barbato

... fare i conti con qualcosa di concreto, da cui puoi allontanarti, a cui puoi voltare le spalle, è più semplice che combattere con qualcosa che ormai esiste solo nella tua testa.

Ne ho letto su una rivista e mi ha incuriosita. Ma ahimè, non mi ha entusiasmata. In La torre d’avorio di Paola Barbato i presupposti sono gustosi ma si perdono in un romanzo che ha molte direzioni, molti temi sul piatto, che però vengono annacquati da un finale a mio parere un po’ assurdo e anche buttato lì. Mi spiace essere così tranchant e sicuramente leggerò altro di questa autrice che secondo me dovrebbe piacermi molto. Forse ho iniziato dal libro sbagliato. 

Ci sono stati momenti, soprattutto verso il finale, in cui ho pensato fosse una genialata, un ribaltamento di piani, una verità celata da mille veli di ipocrita opportunismo... e invece no. È tutto molto normale, molto “detto”, molto “lì da vedere”. Il finale è prevedibile, i personaggi anche ma con punte di assurdità, in preda a traumi stratificati e non elaborati. È però bello il modo che Barbato ha di descrivere i legami che si creano in situazioni di convivenza coatta, tra persone deviate ognuna a suo modo, diverse, fuori dagli schemi della psicologia corrente. Donne che non si reinseriranno più nella società, non del tutto, non nel proprio intimo, nemmeno quelle che sembra ce l’abbiano fatta. C’è sempre qualcosa, un dettaglio, che le rende estranee al mondo come lo conoscono i “non deviati”, quelli che riescono a vivere i sentimenti per come sono. 

La protagonista, Mara Paladini, che nella sua vita precedente era Mariele Pirovano, l’avvelenatrice di Sestri Levante, vive in una casa che è, appunto, una torre d’avorio, ingombra fino al soffitto e in multistrato di scatoloni bianchi tutti uguali che contengono le memorie della sua vita di prima, quella in cui era moglie di Luca e madre di Clara e Andrea. Dopo averli avvelenati e portati in ospedale in extremis ha passato anni in una Struttura – come la chiama lei – che altro non è se non un ospedale psichiatrico criminale, nel quale crea legami solidi con altre tre donne, anch’esse detenute per reati di varia natura, tutti gravi. Fiamma ha “sequestrato” e ridotto in pessime condizioni un uomo obeso clinico di cui era l’amante e di cui sfruttava l’ingente conto in banca; Beatrice parla con i defunti e vede arrivare la morte e un giorno ha preso lo scheletro di un bambino da una tomba al cimitero per aiutarlo visto che «era tutto solo»; Maria Grazia aveva sparato a una donna allo sportello dell’ufficio postale dove lavorava, rendendola invalida, dopo aver macinato stress da mancanza da autostima causato da marito e figlio; e Moira, la più forte, la più vicina a Mara, ha ucciso la vicina di casa per un parcheggio al culmine di una faida condominiale. Tutte e quattro si ritrovano insieme, in fuga, dopo che Mara trova il suo vicino del piano di sopra morto avvelenato dalla digitalis purpurea, la stessa sostanza utilizzata da lei, e terrorizzata di essere accusata di quell’omicidio, scappa aiutata dal ragazzo delle consegne, Anand. Durante la fuga, Mara e le altre ragazze, si lasciano dietro una scia di morti e il passato riaffiora in capitoli monografici per ognuno dei personaggi coinvolti nella storia, anche quelli minori, come Jerry, il poco credibile amante di Fiamma che mette a disposizione delle donne la sua casa sicura. 

Il finale è a mio parere veramente cervellotico, sia  per la natura del colpevole, sia per lo svolgimento dei fatti prima e dopo l'inizio della vicenda. Anche abbastanza prevedibile. Diciamo che quando le motivazioni di uno o più delitti sono dettate solo da motivazioni psicologiche il romanzo mi scade un bel po’. Naturalmente non svelerò altro, se non che il tutto mi è sembrato alla fine banalotto e poco fluido. 

Detto questo, mi è piaciuto più il “tra le righe” che le righe, posso metterla così. Se fosse un romanzo che non presuppone lo svelamento di un colpevole direi che è un buon romanzo psicologico, in cui i caratteri e le motivazioni dei personaggi sono disegnati bene, interessanti. È tutta la costruzione del “caso” che mi ha lasciata perplessa, ma naturalmente, come dicevo, leggerò altro perché penso che altri romanzi potrebbero piacermi molto. Vedremo...

La torre d’avorio, di Paola Barbato, Neri Pozza, 2024, 407 pagine. 

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