Non ho mai cercato la mia storia nei libri, come non ho mai cercato di immedesimarmi nei personaggi. Non mi interessa proprio. Ma quando capita che trovare alcune corrispondenze totalmente aderenti a quelle della propria vicenda... beh, non si può restare indifferenti, in effetti. Naturalmente non dirò cosa ho trovato di “mio” in questo bellissimo libro di Romana Petri – finalista al Premio Strega 2013 –; non vi interessa e, detto schiettamente, sono fatti miei, ma al di là della trama e della bellissima scrittura, è stato interessante e curioso incappare in fotografie che sono veri e propri flash di ricordi. Ma veniamo al romanzo.
Il passato non lo tumula mai nessuno, al massimo si riscrive per mettere a tacere la coscienza.
Germano, che sta a Roma, ed Emilio, che sta a Milano, sono i Figli dello stesso padre, Giovanni, e di Edda e Costanza. Una famiglia allargata delle più comuni. Giovanni è uno a cui piace fare lo sciupafemmine, gli piacciono le ragazzine fatte con lo stampino, ma è in realtà, un bambinone che non cresce mai, che si direbbe ami fare sempre gli stessi errori per poi andare a piagnucolare dalle ex compagne, senza rendersi conto che anch’esse sono sue “vittime”. Per fortuna Edda ora sta con “il portoghese” Duarte, che ama lei e Germano e che spesso ride smaccatamente degli atteggiamenti assurdi di Giovanni. Ma Germano è il primo figlio e per lui Giovanni è solo suo padre, perché Emilio è il figlio del tradimento del “santo” padre traviato dalla “strega” Costanza, che fa di tutto per rovinare la vita al povero virgulto. Germano è arrogante, sfacciato, bello, intelligente. Gira nudo per casa, beve e mangia come se fosse il suo ultimo giorno sulla terra. Pensa che sua madre sia una stupida ad avere rapporti civili – amichevoli addirittura – con Costanza ; che sia pazza a volere bene a Emilio, a desiderare che i due fratelli abbiano un rapporto. Germano non considera Emilio suo fratello, lo tratta malissimo, lo chiama con epiteti sgradevolissimi, non lo vuole intorno. Però vive ancora nella casa in cui è nato e ha un rapporto quasi di dipendenza psicologica con la madre. Tranne lei non ha una donna stabile, a lui le donne servono solo per fare sesso e poi tanti saluti. Incapace di amare, si dichiara coerente perché trattandole malissimo non le illude e si sente la coscienza pulita.
E la gioia di vivere, credi a me, si celebra solo con la vittoria dell‘istinto. [...] Non conosco nessuno che sappia meglio di me che bisogna morire. È un pensiero al quale mi sono dedicato molto a lungo. Ma, credimi, non è così male come si pensa. È una specie di ultima speranza. Insomma, ne avrei almeno ancora una. Ti non hai nemmeno quella.
Per Emilio, invece, Germano è il suo eroe, perché è forte, bellissimo, volitivo. È un artista famoso, mentre lui è un normalissimo insegnante di matematica; si è trasferito in America e ha una moglie, Jenny, e due figli che adora. Ha una passione per le formiche, per la loro forza e il loro sistema sociale. È quasi ossessionato da loro, cosa che a Germano sembra sintomo di ossessione folle. Ha avuto una sola donna nella sua vita e non ha mai neanche pensato a tradirla. Era un bambino bullizzato, molto dolce, bravo a scuola, diligente. E ora è un marito e un padre presente, affettuoso, un padre che dipinge la staccionata di bianco aiutato dai suoi figli.
Un giorno Emilio riceve un invito a un’importante mostra del fratello a Roma – intitolata Rigor mortis – e decide di andare. L’ultima volta che si sono visti era il funerale del padre e non è andata bene. Chissà che a distanza di quattro anni, certe cose possano cambiare...
«Arpino, Berto, Chiara, Soldati, Moravia. Erano elegantissimi. Oggi il meno peggio sembra uno che stringe le viti alle giostre».
«Che razza di mestiere è?».
«Che ne so? Ci sarà pure qualcuno che alle giostre stringe le viti, no? Altrimenti, con tutto quel movimento, qualcosa prima o poi verrebbe giù».
La scrittura di Petri è perfetta. Snella ma non parca di descrizioni e cesellature psicologiche ed emotive; a tratti ironica, ci sono dei dialoghi, soprattutto tra Edda e Germano (come quello in citazione sopra) ed Edda e Giovanni che sono veramente gustosi; il libro corre via come acqua di fonte. Ma lascia una pesantezza piacevole; quella delle riflessioni che sono in parte, a tratti, parte della vita di tutti: sulla morte, la vita, l’amore, la famiglia... senza mai essere melensa, senza mai scadere le banale. Riflessioni sul tempo che passa, sul suo influsso sulla vita e la memoria. Rimorsi e rimpianti, affetto e disprezzo, bisogno e rifiuto... c’è così tanto nella vita di tutti noi e Petri ce lo ricorda con un grande romanzo.
Figli dello stesso padre, di Romana Petri, Longanesi, 2013, 297 pagine.