Con questo post contraddico un po’ i miei propositi per questo blog. Avevo promesso che non avrei scritto commenti negativi, ma ho fatto uno strappo alla regola perché qui si tratta di un libro che aspettavo, di un’autrice di cui ho amato moltissimo i due libri pubblicati finora in Italia e sono molto arrabbiata. A (quasi) tutti gli scrittori esce male un romanzo prima o poi; non c’è niente di male, capita, soprattutto quando si scrivono due romanzi belli come La luce che manca, che in realtà è stato scritto dopo questo dall’autrice, meraviglioso, e L’ottava vita (per Brilka): entrambi fra i miei migliori per due anni di fila! Il motivo per cui sono arrabbiata è che dopo più di 600 pagine di romanzo confuso e verboso, Nino Haratischwili... manco il finale mi regala???
È un vero peccato, perché la storia è complessa e intrigante, potenzialmente una bomba. È il 2016, siamo a Berlino. Un’attrice georgiana, che viene da tutti chiamata Gatta, attira l’attenzione di un uomo di nome Mališ, il Generale, per la sua somiglianza con qualcuna che in passato, in Cecenia, gli ha cambiato la vita. Onno, il Corvo, è un giornalista che vuole assolutamente scrivere la storia del Generale e per conoscerlo si imbatte in sua figlia, Ada, e se ne innamora con esiti terribili. Qualcosa è successo nel Caucaso, mentre il Generale era di stanza con la Federazione Russa che cercava di placare gli animi dei separatisti ceceni, nel 1994. Lui e il suo commilitone Aljoša conoscono una ragazza cecena, Nura Gelajeva, che vendeva loro polli e uova, che andavano a nutrire il battaglione dei suoi nemici. Ma quando Petrušëv, Šuiev e Jurič lo scoprono, rapiscono la ragazza e non per portarla a ballare... Quel giorno succede qualcosa di terribile, qualcosa che resterà impunito e che perseguiterà la vita del Generale finché lui non decide di attirare i tre uomini in una trappola... E lo fa attraverso un video, che ha per protagonista la Gatta. I tre penseranno di avere davanti il fantasma di Nura e saranno spinti ad andare da lui, in un posto specifico in cui si compirà il loro destino. Con loro Onno e la Gatta saranno muti testimoni... o forse protagonisti indiscussi?
Quindi la storia è molto interessante. Alternando passato e presente si dipana una vicenda di attesa, vendetta, dolori e violenza. La trama è anche, come caratteristica di Haratischwili, la scusa per parlare della complicata situazione russo-cecena, della disperazione/speranza degli esuli di prima e seconda generazioni, delle incoerenze del dorato Occidente e della sensazione di costante spaesamento di chi non è più di là, ma non ancora di qua. Ci sono parti molto belle, in cui trasuda tutta la difficoltà di popoli da sempre in guerra per una ragione o per l’altra, sempre al limite, mai in equilibrio, sradicati, stranieri ovunque, soprattutto in un Occidente che nella migliore delle ipotesi sta a guardare. Ma nonostante questo anelanti alla “normalità” degli occidentali, in questo caso dei tedeschi, che vivono in pace, tra gli agi, senza temere ogni giorno di essere cacciati dalla propria casa, stuprati, uccisi... ma senza smettere di amare la patria e le proprie radici.
Erano sempre un po’ staccati, un po’ troppo avanti o un passo indietro, non riuscivano mai a immergersi nella folla al punto di non farsi notare, mai.
A prescindere da quanti anni avessero trascorso in Occidente, erano sempre le creature vestite in modo strano, con accenti buffi. Le loro visioni del mondo e convinzioni avulse dalla realtà si infrangevano una dopo l‘altra contro le leggi del capitalismo, si spezzavano come barche di legno in una tempesta biblica, eppure loro restavano aggrappati ai relitti che galleggiavano in superficie.
Insomma, i presupposti ci sono tutti. Grandi presupposti. E l’inizio promette benissimo, introducendo i personaggi, tratteggiandone le origini e le caratteristiche. Ma presto, troppo presto, diventa tutto un papocchio. Tantissime parole, troppe; tantissime parentesi aperte; tantissime informazioni. Ci sono personaggi che appaiono e scompaiono, fatti che sembrano di capitale importanza ma che poi l’autrice lascia cadere; decisioni fondamentali prese sulla base di non si capisce bene cosa; gesti assurdi che mi hanno lasciata un po’ interdetta. La Gatta accetta la “missione” e si mette anima e corpo nei panni di Nura, ma non si capisce bene perché, cosa la spinga, in dove risieda tutta questa immedesimazione che arriva dal niente, da un giorno all’altro. Non si capiscono bene i rapporti familiari né quelli che ha col suo lavoro. C’è un uomo, R., che per lei è tutto anche nella difficoltà di un rapporto malato, ma che abbandona e non si capisce perché. Viene descritta come una donna dalle pulsioni sessuali stravaganti e un po’ folle, ribelle, a tratti quasi depravata, ma nelle sue scelte e nella sua personalità durante la storia non se ne rinviene traccia. Ama il teatro ma se ne va senza aspettare gli esiti di un provino importantissimo. Ha un rapporto complesso con la sorella Natalia e uno splendido con la nonna Sesilia, che vuole aiutare con i soldi della missione, ma che abbandona senza una parola e anche di lei non si sa più nulla.
La figlia del Generale, Ada, compie un atto cruciale – che naturalmente non svelo – ma la motivazione del gesto è inesistente. Sembra quasi stupida. Il Generale si comporta in modo sconclusionato e quando si scopre la verità della vicenda del 1994, i conti non tornano: l’atto da cui parte tutto sembra essere scaturito da motivazioni assurde e inesistenti. I fatti che seguono quel momento si affastellano senza una logica e il Generale più che un militare che diventa un ricchissimo imprenditore edile, sembra un reduce che non sa da che parte voltarsi. Ama le sue donne, Sonja ed Evgenja, ma alla fine sembra non importargli né dell’una né dell’altra, cosa che stride con il personaggio e le sue scelte. Che ci starebbe, ma chiaramente non è l’intento dell’autrice. Dei tre commilitoni presenti all’evento scatenante con Nura viene tratteggiato nitidamente il passato, ma poi il presente del 2016 è incoerente con le loro personalità. Šapiro, il braccio destro del Generale, è fedelissimo – mi ha ricordato un po’ Tom Hagen, il cosigliori di Corleone nel Padrino – ma non si capisce perché. Alla fine erano detenuti insieme ma non c’è un motivo valido a giustificare questa quasi sudditanza.
Insomma, sembrano tutti un po’ sconnessi, quasi schizofrenici a volte. E poi: avete presente la classica teoria di Cechov? Se in scena c’è una pistola questa prima o poi deve sparare. Ecco, in questo romanzo di pistole ce ne sono cento e nessuna spara. Credo che alla fin fine il problema sia questo. Anche il cubo di Rubik, che appare anche in copertina, sembra essere fondamentale, ma alla fine... non lo è e se ne perde quasi la memoria tra le centinaia di pagine che si frappongono fra la sua apparizione e la sua ricomparsa, un po’ a casaccio.
Il finale è infarcito di moltissime cose, una più inverosimile dell’altra. A partire dalla presenza stessa della Gatta nel luogo deputato alla vendetta. E poi... non finisce. Già, dopo più di seicento faticose pagine non c’è neanche la consolazione di un finale. È un’espiazione? Una vendetta? Una catarsi? Nella sua banalità, quasi macchiettistica, lascia in sospeso ma senza una vera suspence.
Che dire? Sembra un libro abbozzato e non ancora passato al vaglio dell’editing e dei normali tagli che gli autori operano per rendere i romanzi più leggibili – e pure pieno di refusi (naturalmente non colpa di Haratischwili). Anche le frasi sono ampollose, molto auliche in contesti inappropriati; tantissime parole, tantissime... ma alla fine restano belle parole con poco costrutto. Sono molto delusa, insomma. Se qualcuno vuole approcciarsi a Nino Haratischwili non consiglio questo romanzo per cominciare.
La Gatta e il Generale, di Nino Haratischwili, Marsilio, 2024 (2018), 649 pagine. Traduzione di Francesca. Bonomi e Fabio Cremonesi