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La carta e il territorio, di Michel Houellebecq

La carta e il territorio, di Michel Houellebecq
E anche il senso di desolazione che ci pervade man mano che le rappresentazioni degli esseri umani che avevano accompagnato Jed Martin nel corso della sua vita terrena si disgregano per effetto delle intemperie, e vanno in pezzi, quasi a diventare negli ultimi video il simbolo dell’annientamento generalizzato della specie umana. Esse sprofondano, sembrano dibattersi un attimo prima di venire soffocate dagli strati sovrapposti di piante. Poi tutto si placa, non ci sono altro che erbe agitate dal vento. Il trionfo della vegetazione è totale.

La carta e il territorio. Sembra il titolo di un saggio più che di un romanzo, mentre invece è entrambi. È un trattato di arte contemporanea inserita nel contesto sociale della Francia attuale; ma è anche un romanzo di formazione che racconta la vita e le esperienze di Jed Martin, fotografo, artista, misantropo; ma è anche un giallo, in cui a essere assassinato è uno dei tanti personaggi famosi che Jed incontra nella sua ricerca del senso della propria arte (e qui, sul chi è, suspence...); ma è anche un libro di autofiction in cui Michel Houellebeq con tutta la sua ironia e la sua intelligenza e il suo narcisismo (in pari misura) mette in scena sé stesso e si disegna come un vecchio solitario, brusco, insoddisfatto della propria fama.

È vero, non provo che un debole sentimento di solidarietà nei confronti della specie umana...

Spesso si autocita come «autore de Le particelle elementari» (libro straordinario); «autore de Il senso della lotta»; «autore di La ricerca della felicità»..., in uno sfoggio di autoincensamento sincero, verace, quello che in tanti avrebbero voglia ma non il coraggio di fare. Lui insomma, con tutti i pregi e i difetti e senza mandarla a dire, come vive del resto, in perfetta aderenza con l’autofiction di questo libro. Quante polemiche sulle sue parole, senza peraltro fare lo sforzo di capirle, o contestualizzarle, o semplicemente accettarle come opinioni più o meno condivise, ma sempre parto di una mente di grande intelligenza e soprattutto acume.

Con lui, personaggi reali del mondo dell’intellighenzia (e non) francese: Frank Winne, Frédéric Beigbeder, Jean-Pierre Pernaut, Teresa Cremisi, Philippe Sollers... e numerose citazioni a personaggi del calibro di Steve Jobs, Bill Gates, David Hirst, Jeff Koons... che diventano soggetti dei quadri di Jed nella “serie delle composizioni d’impresa”, che insieme alla “serie mestieri semplici”, lo renderà ricchissimo. Così Jed oscilla tra la povertà e la ricchezza, tra la bella vita nel bel mondo, in un susseguirsi di cose fatte di malavoglia e di desiderio di sparire.  

... i suoi rapporti umani già poco numerosi si sarebbero esauriti uno alla volta, sarebbe stato nella vita come era adesso nell’abitacolo dalle rifiniture perfette della sua Audi Allroad A6: tranquillo e senza gioia, definitivamente neutro.

Jed ha una madre suicida e un padre ex architetto di stabilimenti balneari che conosce pochissimo, con cui passa tutti i Natali a mangiare uno scarno pranzo nell’Rsa o in un baretto vicino. Lo conosce pochissimo, non sa perché la madre si è uccisa, ma alla fine della sua vita, con un cancro al colon che lo sta per rendere completamente non autosufficiente, il padre racconta. Ed esce la figura di un uomo frustrato da una vita che non era quella che sognava, negli anni del funzionalismo architettonico, in netta opposizione a Le Corbusier e William Morris – di cui Houellebecq descrive nel dettaglio le teorie – con un matrimonio non felice e il ricordo ossessivo di un nido di rondine... Una figura dolente ma potente, fondamentale nella vita di Jed anche se lui, forse, se ne accorge troppo, troppo tardi... ma che lo aiuto in età avanzata a capire tante cose dell’arte e di se stesso. E poi Jed – che è descritto poco, ma come un bellissimo ragazzo – ha una fidanzata, una sola, nell’arco della sua strana vita: Olga Sheremoyova, dirigente della Michelin, una russa splendida, «una delle donne più belle di Parigi» che lo ama di un amore cocente che lui non saprà mai ricambiare. 

Ebbe la visione di praterie immense, la cui erba è agitata da un vento leggero; la luce era quella di un’eterna primavera. Si risvegliò di colpo; suo padre continuava a dondolare il capo e a borbottare (...) Jed esitò, aveva previsto un dessert; del profiterole al cioccolato attendeva in frigo. Doveva servirlo? Doveva, invece, aspettare saperne di più sul suicidio di sua madre? Della madre, in fondo, non aveva quasi alcun ricordo. Era soprattutto importante per suo padre, probabilmente. Decise comunque di attendere un po’, per il profiterole.

Ma la bellezza del romanzo, per me, sta nella parabola artistica di Jed e nella purezza con cui la vive. Passando dalla serie sulle Guide Michelin (le carte del territorio) per passare poi ai grandi personaggi della società, e poi ancora ai “mestieri semplici”, baristi, prostitute, artigiani... Jed rimane un bambino con lo sguardo aperto al mondo che lo circonda, pur non volendoci entrare in quel mondo, che guarda da un oblò, cercando strenuamente un senso, un significato, un perché a quello che dipinge... e dopo aver cercato per tutta la vita l’umano, alla fine – proprio come l’alter ego ideale di Houllebecq che naturalmente è – il ritorno è al vegetale... un vegetale che invade la tecnologia, la mente umana, a cui tutto, alla fine, come in una sorta di Big Bang al contrario, ritorna.

Un romanzo strano, dunque, ostico a tratti, pieno di cose, di citazioni, di teorie, di intellettualismi anche se vogliamo, ma di una pienezza incredibile. Una scrittura splendida, acuta, cattiva anche, molto ironica, ma anche profondamente autocritica nella sua, passatemi il termine, prosopopea. Penso che questo libro – meritatamente vincitore del Goncourt 2010 – sia molto simile al suo autore, che attraverso il suo sguardo in soggettiva, guarda se stesso da fuori, uccidendosi e, forse, ritrovandosi altro da sé, in un bosco, nei panni di un artista idealista... Da leggere, con un pizzico di sforzo e anche, forse, di spirito di assoluzione. Come sempre, chapeau!

La carta e il territorio, di Michel Houellbecq, Bompiani, 2010, 360 pagine. Traduzione di Fabrizio Ascari. Il link rimanda al sito de La nave di Teseo che ha rieditato il romanzo nel 2022. Per Bompiani è fuori catalogo. Da leggere i ringraziamenti... 

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