Passa ai contenuti principali

La danza dell'orologio, di Anne Tyler

La danza dell'orologio, di Anne Tyler

Anne Tyler ha vinto un Premio Pulitzer nel 1989, con un libro che si intitola Lezioni di respiro. Sono curiosa di leggerlo, perché devo capire questo Pulitzer da dove esce. Mi spiego: La danza dell'orologio è un libro molto piacevole, fresco; mi ha ricordato molto Hornby o il Backman di Britt-Marie è stata qui. Quei libri carezzevoli e semplici in cui immergersi per un completo relax. Chapeaux. Non a caso di lei Hornby dice:

Quando esce un suo nuovo romanzo bisogna lasciar perdere tutto e comprarlo subito. E naturalmente leggerlo.

Però... un Pulitzer... Sospendo il giudizio e mi riprometto di leggere Lezioni di respiro. Intanto mi sono goduta questo.

La protagonista è Willa Drake, figlia di una madre assente e di un padre "zerbinato" (almeno è quello che sembra), con sorella ribelle e menefreghista. Si sposa presto con Derek, rinunciando ai suoi studi, per poi rimanere vedova presto e improvvisamente, con due figli fuori dal nido e volati lontano - Ian e Sean - e si ritrova casalinga, trapiantata a Tucson, in California, risposata con Peter, uomo saldo e piacente, con una vena di pignoleria e di spirito possessivo; relazione che la relega in una routine di cui si sente grata e schiava a un tempo. Ma va tutto bene, è tutto tranquillo, è tutto fermo. Willa ha smesso di insegnare inglese agli stranieri, fa la casalinga e ama il saguaro gigante che ha in giardino. Poi però riceve una telefonata dalla vicina della ex fidanzata di Sean a Baltimora, che la informa che Denise (la ex) è in ospedale perché un proiettile vagante giunto da chissà dove l'ha colpita a una gamba davanti a casa sua e lei si è ritrovata tra le togne la figlia di nove anni, Cheryl, e che la "nonna" deve venire a prendersene cura finché Denise è in ospedale. Ma Willa non è la nonna, perché Cheryl è figlia di una precedente relazione di Denise, non di suo figlio. A dire la verità, Willa non sapeva neanche che si fossero lasciati – cosa che la dice lunga sui rapporti che ormai intercorrono in famiglia. Contro ogni logica - e contro il parere di Peter, naturalmente - Willa parte per Baltimora per prendersi cura di una finta-nipote, lontanissima da Tucson, nella casa sconosciuta di una donna sconosciuta. Si ritrova davanti una bambina intelligente e caparbia e una donna forte che da sola la cresce, aiutata dal vicinato, con persone accoglienti e pronte a dare una mano. 

Un'atmosfera semplice, "da paese", completamente diversa da quella in cui è cresciuta e in cui Willa ricomincia a sentirsi viva e amata e, soprattutto, davvero utile. Una rinascita, che passa attraverso le cose quotidiane, dove anche i saguari sono piccoli, ma non meno resistenti di quelli della California. 

La scrittura della Tyler è deliziosa: tratteggia personaggi a tuttotondo senza perdersi in tante descrizioni; disegna un ambiente semplice con semplicità e personalità complesse con pochi segni chiarissimi. Scorre tutto, tutto torna, tutto ha un senso. Il romanzo scivola via con la delicatezza di un sorriso. E anche le parti più dure e dolorose - la cena tra Willa, il figlio e la nuova fidanzata, storia che ha origine da un brutto gesto, che non svelo; le telefonate difficili tra Willa e Peter; il rapporto non sempre facile con Denise - sono narrate con una freschezza che danno levità al dolore senza per questo renderlo meno serio. 

Anne Tyler ci dice che spesso la serenità (la felicità?) si trovano nelle pieghe più dolci dell'esistenza e che l'infanzia è una terra che si può abbandonare, senza per questo dimenticarla. Che si può andare oltre se stessi ritrovandosi e nel contempo ritrovare gli altri nell'incontro con altri...

Sono molto curiosa di leggere altro di questa, per fortuna prolifica, autrice, senza, alla fine, farsi tante domande sul Pulitzer, che a farsi troppe domande spesso ci sfuggono proprio le risposte. Willa ce lo insegna.

Da leggere con un tazza di tè, un gatto e la mente svagata.

La danza dell'orologio, di Anne Tyler, Guanda, 2018, 320 pagine. Traduzione di Laura Pignatti

Post popolari in questo blog

L'ottava vita (per Brilka), di Nino Haratischwili

 Mi ero ripromessa di lasciar passare un po' di tempo prima di leggere altre saghe familiari, avendo ampiamente dato nel 2021 ( il ciclo dei Leoni di Sicilia , Prima di noi , la saga dei Clifton , La casa sull'argine , Gente del Sud ...); ma poi, in biblioteca, mi sono ritrovata tra le mani questo tomo notevole di più di mille pagine, e mi sono incuriosita. In più, Nino Haratischwili nasce drammaturga e regista e la mia "deformazione teatrale" ha preso il sopravvento. Ringrazio la mia capacità innata di non tenere fede ai miei propositi! Altrimenti non avrei letto quello che penso sia un capolavoro, un libro che va oltre la famiglia, oltre la Storia, oltre il tempo e lo spazio, compenetrandoli con la scrittura. Stasia (che parla con i fantasmi), Christine , Kitty , Elene , Daria , Niza (la narratrice) e Brilka (la destinataria di questa storia e dell'ottava vita); ma anche Mariam, Sopio, Ida, Alla, Lana, Nara, Fred, Amy... sono le donne le protagoniste di ques...

Tre, di Valérie Perrin

  Puro intrattenimento, ottimo. Dopo Il quaderno dell'amore perduto (bruttissimo il titolo italiano; suonava così bene in francese: Les Oubliés du dimanche  [I dimenticati della domenica])  e Cambiare l'acqua ai fiori , la Perrin torna a parlare di passato e di come il passato sia inevitabile vettore delle nostre vite, nel bene e nel male; come non possa cancellarsi; come possa essere rifugio e pietra al collo, consolazione e condanna. Banale? Un po', indubbiamente. Ripetitivo? Anche, forse. Ma devo dire che non mi stanca mai. È una di quelle autrici che non consiglio di leggere in modo "seriale"; penso che tra un libro e l'altro sia meglio inserire altre letture per non rischiare di cadere un po' nella reiterazione del meccanismo. Ma se si vuole "staccare il cervello" con letture di evasione, avvincenti e scritte bene, allora la Perrin per me è perfetta.  Con Tre ci porta a La Comelle , un paesino della Borgogna, uno di quelli da cui i ragazzi...

Le assaggiatrici, di Rosella Postorino

Ho finito di leggere ieri sera Le assaggiatrici di Rosella Postorino e prima di addormentarmi mi si è formata in testa una parola, che stamattina al risveglio era ancora lì. La parola è: Mah! Mah, perché dopo una serie incredibilmente lunga di libri che, per le ragioni più disparate ho amato, questo mi ha lasciata perplessa. Premetto che era da un bel po' che volevo leggerlo e forse, contrariamente al mio solito, avevo alte aspettative. Le aspettative uccidono il piacere, dico sempre. E infatti, è vero. Non che sia scritto male, eh, per carità, non mi sognerei mai di dirlo, anzi. Vincitrice del Premio Campiello 2018, la Postorino ha una prosa piacevole e fluida, la storia si segue benissimo e i personaggi sono ben delineati. È un bel libro, ma mi aspettavo ben di più da una storia curiosa e poco conosciuta come quella delle assaggiatrici di Hitler.  Il libro racconta le vicende di Rosa , che vive a casa dei suoceri mentre il marito è in guerra in Russia e viene reclutata come ass...